Museo dei Cuchi

La storia della nascita di un museo unico nel suo genere, in Italia, e nel mondo: il museo dei fischietti in terracotta.

Nato da una passione di GianFranco Valente il museo dei cuchi (strumenti popolari a fiato) nasce nel 1987 dal piacere di svolgere, nei limiti possibili, la lunga storia che questi fischietti si portano appresso, tanto da far nascere la frase “vecio come el cuco”.
Inventati per imitare gli uccelli, per rappresentare con il loro lieve soffio lo spirito della vita, o per allontanare gli spiriti cattivi, per segnare il trapasso dalla vita, alla morte, come oggetto scaramantico, o come difesa usata dai contadini contro i predatori di coltivazioni, fino a diventare gioco dei bambini, o pegno amoroso, sono oggi assunti alle più vive rappresentazioni di espressioni artistica e di costume.
Una lunga storia quindi, con segni che risalgono all’età preistorica, all’età del bronzo, ai fasti della Grecia e così nei secoli sino a noi, con documenti rari, data la fragilità della loro materia ed alla loro funzione di gioco per bambini.
L’interesse per i cuchi prende consistenza alla fine dell’ottocento ed all’inizio di questo secolo, accentuato soprattutto in questi ultimi vent’anni.
Ed è proprio nelle sagre e nelle fiere che arrivano i cucari, per allestire banchetti dei cuchi alternati ai dolciumi di fattura casalinga.
Nell’Altopiano di Asiago a Canove il 25 aprile per la festa di San Marco, si tiene la sagra del fischietto popolare.
Importante nel Veneto sono stati e sono i cuchi delle Nove; all’inizio piccoli e raffiguranti uccelli, soprattutto galli. Nel tempo la parte suonante veniva attinta a delle raffigurazione stampate raggiungendo così oggetti più grandi chiamati arcicuchi.
Ma il cuco poteva anche avere un serbatoio d’acqua per ottenere un suono più dolce, più modulato, mentre se la parte destinata al suono la si lasciava a secco, il suono diventava più acuto con delle. variazioni che dipendevano dalle dimensioni della cassa, dall’inclinazione del beccuccio, e forse dalla stessa creta con cui era stato creato.
Purtroppo a questi umili oggetti pieni di storia sulle bancarelle si sono sostituiti quelli di latta ed oggi di plastica. Motivo non determinante per lasciare morire quella che è sicuramente una tra le più antiche espressioni dell’uomo, simbolo di festa e di gioia.
Il fischietto di terracotta non è finito. Artigiani pazienti un po’ in tutto il mondo e non soltanto nelle aree marginali della cultura, hanno continuato a modellarli nelle tipologie più varie, da quelle zoomorfe (di preferenza il gallo, ma anche asini o cavalli, uccelli in genere sino ai pesci, ai rettili alle rane) a quelle antropomorfe (contadini, pastori, soldati e carabinieri, madonne e santi) a quelle più recenti, dove la fantasia e l’immaginazione dell’artista ha trovato libero sfogo. Artigiani, si noti, che per gli anni passati erano soprattutto anziani che continuavano a produrre cuchi secondo la più antica tradizione locale. Ma da qualche anno i cuchi sono tornati ad interessare anche gli artisti più giovani che hanno ripreso la difficile tecnica di dare voce e quindi “vita” ai loro cuchi.
Ecco il perchè della raccolta dei cuchi e dei piccoli fischietti di terracotta in un piccolo museo, significativo di memorie ritrovate, di suoni impensati. Vera sopravvivenza dell’artigianato artistico capace di trasmettere e suggerire a tutti nuove e colorate interpretazioni.
Il Museo dei Cuchi consente di penetrare in questo mondo straordinariamente ricco e, stupidamente, emarginato per decenni. Ogni vetrina Ë una tavola densa, popolata di citazioni che muovono verso le stampe popolari o verso il surrealismo. Ogni vetrina è un quadro che dice moltissime cose che si potrebbero dire, ma solo con troppe parole, e altre che con le parole non si possono dire.
E poi, far venire voglia a un adulto di giocare è un bel successo, per un museo.

http://www.museodeicuchi.it/

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